| Io continuo a postare imperterrita! Buona lettura a chi legge!! 10 Il nome! Non aveva altro in mente che chiedergli il nome e se n’era dimenticata. Sotto la doccia Genna, non poté fare a meno di lanciare un urlo frustrata, seguita subito dai guaiti preoccupati di Agamennone. “Tranquillo botolo, tutto ok, è solo che alla tua padrona si arrotola la lingua e le parte il neurone ogni volta che vede quello lì.” ‘Quello lì’ si meritava di essere chiamato così! Poteva dire due paroline in più almeno, presentarsi, va bene fare il selvaggio lupo della foresta ma così esagerava un po’. Inutile prendersi in giro, tutto quel mistero glielo rendeva ancor più interessante.
Era così presa a pensare a lui che in quei giorni non aveva nemmeno disegnato una volta. Non tutti lo sanno, ma il disegno, come qualsiasi altra disciplina, ha bisogno di allenamento. Così Genna, ogni giorno, ritagliava del tempo per schizzare qualcosa, nella speranza che un giorno potesse utilizzare il suo estro anche sul lavoro. Seduta al tavolo-inclinato da disegno, prese la matita e lasciò libero il pensiero con un sospiro. Inutile dire dove la portò la mente. Lo vedeva ancora nella penombra del tramonto, i capelli scompigliati, il fisico statuario racchiuso nella tuta, gli occhi splendenti nonostante avesse il sole alle spalle. Il disegno non era niente male, soddisfatta lo rimirò, aggiustando qualche piccolo errore, poi cambiò idea, invece di lasciarlo tutto a matita, fece occhi e capelli con i pastelli, come quelle foto in bianco e nero con solo alcuni particolari ritoccati a colori. L’indomani avrebbe eliminato gli errori che ora non vedeva, bisogna sempre fare così, lasciare del tempo perché la mente dimentichi il disegno e poi ricontrollarlo, è una tecnica infallibile! 11 Sentendo sbattere la porta, Daria si alzò dal divano da dove stava guardando la TV. “Alla buon’ora, dove sei stato con questo tempo da lupi?” Si mise a ridere della propria battuta. “Molto spiritosa, a surfare, non si vede?” Le mostrò la tavola chiusa nella sua custodia. “E ti sei dimenticato che oggi toccava a te pensare alla cena, fratellino?” “Ho ordinato pizza e cinese, arrivano tra mezz’ora.” “Ma Alex, io ho fame!” Avvicinandosi sentì uno strano odore coperto dal salmastro, un odore che conosceva e si mise a ringhiare. “Che c’è ora? Se hai così tanta fame vai a vedere cosa c’è nel frigo.” Nel frattempo aveva raggiunto la propria camera e, stava svuotata la sacca con la roba da surf, buttando la tuta nella vasca del proprio bagno, per lavarla. “L’hai rivista vero?” “Chi?” “Non fare il tonto con me, l’umana del vicolo.” “Sì, per caso, al lido del fiume, dove vado sempre a surfare.” Lo disse come giustificazione, non era colpa sua se lei aveva scelto di andare a correre proprio lì, anche se a dirla tutta Alex l’aveva già vista un altra volta e aveva posteggiato l’auto sul suo tragitto. Daria però questo non lo poteva sapere. Incominciò una discussione sulla sua totale mancanza di cervello, visto e considerato che quella ragazza sapeva cosa fossero, non poteva comportarsi così inconsciamente. Si ricordava cosa comportava dividere il proprio segreto con un umano? Le proprie difese si abbassavano automaticamente e l’umano poteva percepire il potere del licam. Poteva quasi condividerne l’energia, e a Daria questo non piaceva affatto, per non parlare del fatto che non capiva cosa ci trovasse in lei, era così scialba, comune. “Non è affatto scialba, mi chiedo dove sia finito il tuo fiuto. Confondere la mancanza di sapore con la dolcezza!” Le prese il naso tra le dita e glielo tirò per scherzare, sperando di distrarla e porre fine alla discussione. Nemmeno lui riusciva a capire cosa l’avesse spinto a entrare nei suoi sogni per scusarsi, o del perché l’ attendesse nascosto sul tetto di uno dei palazzi del vicolo ogni pomeriggio per vederla. Perché fosse sempre nei suoi pensieri. O del motivo per cui quella sera non aveva resistito alla tentazione di parlarle. Diamine, non le aveva nemmeno dato tempo per riprendere fiato! E poi, neanche un sorriso, era rimasto impalato come un baccalà, senza presentarsi, lasciando quella frase ad effetto in sospeso, voleva fare il licantropo bello e tenebroso e ora probabilmente lei stava decidendo quando fosse pazzo. Sdraiato sul letto, dopo la doccia, stava martellandosi la fronte con la mano, sperando di farci entrare un po’ di acume. “Sei senza speranza Alex.” Sua sorella gli si sdraiò affianco. “Sappilo, lei non mi piace.” “A te non piace mai nessuno, soprattutto se è una ragazza e mi si avvicina.” “Carla mi piace.” Carla era la loro vicina di casa, piccola curva ma sempre sorridente. Era stata la prima ad avvicinarli al loro arrivo nel palazzo e da quel giorno era nata una simpatia immediata. “Certo, avrà cento anni almeno!” “Secondo te come ha fatto a capire chi siamo?” Il cambiamento di discorso fu repentino come il passaggio delle emozioni sul suo viso affilato. “Io sarei più preoccupato di capire l’origine delle tue crisi.” Alex voleva cambiare argomento, pensare a lei gli faceva ricordare la figuraccia di quella sera. “E’ solo pazzia, sto troppo assieme a te.” Nemmeno Daria voleva pensare ai suoi problemi. Scoppiarono a ridere e quando suonò il campanello fecero a gara per vedere chi arrivava prima a prendere la cena.
     "Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose. " |